Il collezionista di ricordi_ Bruno Ialuna

Comincio a scrivere sul blog mentre ancora ci sono i lavori in corso (il logo è ancora provvisorio e la lista dei libri da leggere è solo abbozzata per i prossimi due mesi), ma più o meno direi che ci siamo e posso partire con la mia ricerca! Mi piace inaugurare il blog con un libro che mi è stato regalato da un amico di famiglia mentre mi trovavo in vacanza: Il Collezionista di ricordi di Bruno Ialuna.

Il collezionista di ricordi è un romanzo giallo edito per Marco Del Bucchia Editore. La storia parla di una serie di omicidi di donne (e dunque di femminicidi, come si dice oggi) che hanno un legame con la strage del padule di Fucecchio perpetrata dai nazisti il 23 agosto 1944. Prima di tutto una parola sulla casa editrice, che nasce da una passione per la lettura e la pubblicazione di libri coltivata a livello familiare e che valorizza gli scrittori toscani, specialmente quelli della Versilia. In particolare, molte volte i libri pubblicati da Del Bucchia lasciano spazio alla memoria intesa con la M maiuscola, perché indica il ricordo della guerra come fu vissuta sulla linea gotica, con le sue storie di partigiani e con le sue stragi; ricordo che non entra nei libri di storia e che rischia di sgretolarsi con il passare delle generazioni.

Il giallo di Bruno Ialuna non vuole essere anche un libro di storia, nel senso che non pretende di analizzare i fatti, né di riportarli nel loro ordine cronologico. Quello che intende fare attraverso la connessione fra la strage e gli omicidi di prostitute che si susseguono nel padule è fissare l’impronta emotiva delle ferite lasciate dalla guerra così come si raccontano nei bar, nel dialetto espressivo e un po’ infantile dei vecchi che tutt’oggi non sopportano i botti di Capodanno perché troppo simili alle fucilate.

Questa raccolta di memorie è il vero nucleo del romanzo, la vera storia che viene riportata all’interno di una storia-fiction che a volte traballa al confronto. Mi spiego meglio: la naturalezza e anche a volte la storpiatura grammaticale dei discorsi dei vecchi, che trovano voce all’interno del romanzo, aprono come delle finestre in cui non sembra nemmeno di leggere, ma di sentire la connessione tra le emozioni e le immagini: segno che lì la più alta poesia è avvenuta e lo strumento della lingua serve la sua più alta funzione comunicativa, giungendo a un livello di espressione tale da annullare la sua  stessa estetica.

DSCN5173Invece, nelle altre parti del romanzo, quelle dedicate alla fiction, è come se gli ingranaggi del romanzo scricchiolassero un po’ e si lasciassero intravedere. La lettura è senz’altro piacevole, tranne forse qualche passaggio poco chiaro, dovuto alla suddivisione in ‘scene’ più che in capitoli, secondo la moda che purtroppo frammenta il romanzo moderno. Voglio dire che, invece di portare a compimento un capitolo accompagnandone lo scioglimento, oppure dedicando tempo e pagine alla costruzione di una climax, spesso il racconto cambia scena e voce narrante, risultando, più che ellittico, un po’ confusionario.

Una scelta narrativa interessante è quella di inserire i pensieri dell’assassino, che si inframezzano come una specie di flusso al racconto dedicato alle indagini. Tuttavia, a parte dare qualche informazione che aumenta la suspense, lo scavo psicologico si ferma alla volontà di condannare un comportamento morboso (con qualche particolare disturbante forse un po’ gratuito), senza dipingere ulteriori chiaroscuri. Una scelta che invece interferisce con la lettura scorrevole è quella di aver inserito un secondo personaggio chiamato Morini: l’ispettore Morini, che, circa a metà della storia, si aggiunge al protagonista, il commissario Morini, senza che però l’approfondimento caratteriale o psicologico lo renda qualcosa di più di un omonimo e gli impedisca di creare fraintendimenti.

La profondità del racconto risente un po’ del suo genere letterario, che talvolta prevale, come motivazione alla scrittura, sulle sue tematiche, lasciando scoperti qualche cliché sul ruolo-tipo del commissario (calcato, forse per attrazione, su un personaggio già occupato da Camilleri). I dialoghi sono il punto di forza dello sviluppo narrativo, che pure si serve spesso di lunghi e piacevoli pezzi riflessivi o descrittivi; ma mentre in questi ultimi la cadenza toscana può nuocere allo sviluppo della frase, creando ritmi non favorevoli alla comprensione (qualche volta sono dovuta tornare indietro e avrebbe giovato, forse, un’inversione o una virgola), essa ha piena cittadinanza nei discorsi diretti, dove costituisce un valore aggiunto.

In ultimo, mi sono chiesta: chi è il collezionista di ricordi? Il commissario, che risale alla chiave per risolvere il mistero raccogliendo testimonianze sulla strage del 1944? L’assassino, che ciclicamente è vittima della sua memoria? Oppure l’autore, che ha prodotto una collezione di ricordi in una cornice di romanzo? Oppure, ancora, potremmo essere noi che leggiamo, invitati così a collezionare i ricordi importanti del luogo in cui viviamo, qualunque esso sia?

 

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