Novità, Recensioni

Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore_Carla Fiorentino

Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore è il primo romanzo di Carla Fiorentino edito per Fandango libri. Mi piace molto ‘scoprire’ autori alla loro prima pubblicazione, così da poterli seguire nel tempo e vedere il loro cambiamento. Quello che ho notato subito è che la scrittura, in sé, fa dimenticare che si tratta di un esordio e in certi punti sembra consumata da una voce profonda e antica: la prima prova che siamo davanti a una scrittrice che pensa e che si mette a nudo sinceramente.

L’unica cosa che personalmente mi ha lasciato perplessa riguardo alla qualità della prosa è l’uso della virgola tra soggetto e verbo. Non mi diverto a fare La Crusca della situazione, e sinceramente non so quando questa cosa abbia cessato di essere un errore grammaticale nelle regole più larghe (e petalose) della lingua italiana di oggi, ma non sono per nulla più anziana dell’autrice e mi ricordo bene che a scuola, se infilavamo una virgola tra soggetto e verbo, era un votaccio a prescindere. Ci sono tanti usi espressivi della punteggiatura, che ammettono la virgola anche prima della congiunzione ‘e’ ad esempio, che già da sola implica una pausa e quindi non avrebbe bisogno ulteriori segnalazioni, ma in generale l’uso della virgola è molto libero e personale, tranne fra soggetto e verbo. Il motivo è molto semplice: la virgola, significando pausa, in quel punto ostacola la comprensione.

Voglio prendere un esempio dal libro (ce ne sono almeno una decina, li ho contati):

Guardando le tele non potevo fare a meno di chiedermi se quella del Professore fosse stata un’esistenza felice. Se ricavarsi un angolo di vita immaginaria, lo salvasse dalla vita reale.

Ora, il soggetto del secondo periodo (che secondo me poteva anche collegarsi al primo per asindeto, visto che la pausa lunga del punto può spiazzare) è il sintagma verbale sostantivato ‘ricavarsi un angolo di vita immaginaria’ e il verbo è il congiuntivo ‘salvasse’, sempre collegato alla struttura sintattica dell’interrogativa indiretta inaugurata dal primo periodo. Non sono qui per fare lezioni di grammatica, ma perché il mio incondizionato amore per la lingua mi spinge a scavare nelle mie convinzioni, e dimostrare perché, secondo me, uno scrittore dovrebbe essere consapevole degli strumenti che veicolano il suo messaggio.

La psicologia della lingua e, in particolar modo, della lingua scritta, funziona in modo che noi, quando leggiamo, ci aspettiamo qualcosa dietro l’angolo, dietro ogni segno diacritico (ogni virgola, appunto), ogni giro di frase, ogni pagina. E la punteggiatura è un grosso creatore di aspettative, che lo scrittore può tirare come i fili di una marionetta. Ora, nel caso specifico, la virgola dopo ‘Se ricavarsi un angolo di vita immaginaria’ getta un significato ambiguo su quanto precede: io mi sarei aspettata che la frase continuasse, che so, con un elenco, una disgiuntiva, invece trovo il verbo e questo cortocircuita con l’aspettativa creata dalla pausa.

Tutto per dire che non si tratta più di un uso espressivo della virgola, ma di un vezzo che non so quando sia entrato nella lingua, ma che spero venga abbandonato, perché credo sia d’ostacolo alla comprensione e al giusto scorrere del pensiero, cioè la prima cosa che un grande romanzo vuole: che le parole spariscano nel veicolare un forte messaggio, l’unica cosa che deve rimanere al lettore. Un’altra cosa che rimpiango di questo libro è la totale assenza di punti e virgola -ma non gliene faccio una colpa, dato che questo rientra nel più largo fenomeno della scomparsa di sfumature, che sta rendendo il nostro linguaggio sempre più o bianco o nero. Invece è un peccato, perché è come se avessero tolto la pausa semibreve dalla musica e con essa una modalità di espressione fondamentale per la melodia.

Ora, dopo tutto questo pippone sulla grammatica, non voglio passare come la maestrina nostalgica che non sono, perché credo che la lingua e la letteratura abbiano fatto un sacco di passi avanti che potrebbero trovare un’espressione migliore con un po’ di attenzione in più. E appunto per questo, l’unico ‘ritorno’ che voglio promuovere è un ritorno alla meccanica basilare della lingua, alle pause, alle cose piccole e al significato delle sfumature. D’altra parte, non possiamo lamentarci che non ci sia mai più stato un secondo Dante Alighieri nella storia della nostra letteratura, se poi proprio quelli che fanno letteratura non riescono neanche a sfiorare la sua stessa sensibilità per i mezzi espressivi che hanno a disposizione, no?

Detto questo, l’unico motivo per cui non ho smesso di leggere questo libro -forma di protesta militante che metto in atto ogni volta in cui mi sembra chiaro che lo scrittore fa un uso non consapevole dei suoi mezzi; cosa che, perdonatemi la pignoleria, ma fa lo stesso effetto di un chitarrista che non ha padronanza del suo strumento e non capisco perché siamo tutti pronti a lanciare pomodori a un musicista, ma nessuno ha lo stesso orecchio per la letteratura- dicevo, non ho smesso di leggere il libro perché proprio nonostante qualche sbavatura, questo romanzo crede nel veicolare un messaggio più grande e proprio questo slancio generoso secondo me lo rende degno di attenzione.

Ora, il messaggio di un romanzo quasi mai si disegna a tavolino. Un vero scrittore, quando comincia la sua prima riga, sa di cosa vuol parlare, ma non sa se effettivamente il significato profondo del libro sarà quello che intende lui -e meno male, altrimenti addio libertà di espressione, addio arte, addio letteratura. È scontato che gli scrittori vogliano dire qualcosa, ma quel qualcosa non dipende affatto da loro. È un po’ la visione greca dell’entusiasmo, dove il poeta si fa tramite dei significati dell’universo come se fosse un’antenna parabolica: lo scrittore, quando fa il suo lavoro seriamente, mette da parte la sua volontà individuale e si fa mezzo di espressione delle paure, delle speranze, dei problemi del suo tempo. E questo ‘lasciarsi andare’ nel romanzo di Carla Fiorentino c’è e spero che, prendendone atto, questa sua vera voce si espanda, nel prossimo romanzo, ancora e ancora di più.

Voglio dire che la trama è espressione pilotata di un problema un po’ stereotipato della mia generazione (o della mia quasi generazione, visto che sono un po’ millenial e un po’ trentenne, ma comunque affetta dai mali di entrambi gli schieramenti), e cioè la precarietà di una vita che, in Italia, sembra in ritardo rispetto all’estero. L’attesa di ‘qualcosa di fondamentale’ che dia la svolta alla vita di Clem e, con lei, a quella di tutto il gruppo di amici che si sta sfaldando è un’utopia che accomuna la nostra generazione di giovani adulti e che, forse, come dice il libro, li culla nella comodità di un bozzolo protettivo.

La trama è costruita intorno a questo tipo di luogo comune e forse un po’ ne risente, non riuscendo a drammatizzare esattamente il problema, ma solo accennandolo, in quanto, appunto, fenomeno che non ha bisogno di presentazioni. Ma se il libro venisse letto di qui a duecento anni (posto che sopravviveremo all’effetto serra e alla desertificazione), il messaggio è veramente universale? Io credo che la trama del libro sia una perfetta metafora della precarietà che vuole denunciare: è una storia che prepara sempre il suo svolgimento e poi non si svolge mai, un po’ come diceva Seneca; non mi ricordo né dove né quando, ma pare che il filosofo abbia detto che la vita è talmente breve che tanti muoiono nella sua preparazione.

Insomma, è un ritornello antico, ma nel romanzo, secondo me, la messa a fuoco del problema non avviene nel filo principale della trama (che non vi spoilero), ma nelle estravaganti riflessioni di Clem, che tira fuori un antidoto alla sua non vita nelle divagazioni personali tra una riunione e l’altra, fra una telefonata e un ossobuco. Quindi la forza rivoluzionaria del romanzo, che altrimenti si fermerebbe a una funzione descrittiva abbastanza ovvia e lo confinerebbe all’intrattenimento più che alla vera letteratura, sta nel suo pensiero non convenzionale e accessorio, che purtroppo rimane un po’ fuori dalla narrazione. Mi piacerebbe vedere, la prossima volta, una storia che si sostanzia proprio di questo pensiero rivoluzionario, e non di un luogo comune. Per questo ci vuole onestà intellettuale e forza espressiva; tutti ingredienti che ci sono nel romanzo della Fiorentino e che mi auguro di veder crescere sempre di più.

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Libri indipendenti, Recensioni

Il collezionista di ricordi_ Bruno Ialuna

Comincio a scrivere sul blog mentre ancora ci sono i lavori in corso (il logo è ancora provvisorio e la lista dei libri da leggere è solo abbozzata per i prossimi due mesi), ma più o meno direi che ci siamo e posso partire con la mia ricerca! Mi piace inaugurare il blog con un libro che mi è stato regalato da un amico di famiglia mentre mi trovavo in vacanza: Il Collezionista di ricordi di Bruno Ialuna.

Il collezionista di ricordi è un romanzo giallo edito per Marco Del Bucchia Editore. La storia parla di una serie di omicidi di donne (e dunque di femminicidi, come si dice oggi) che hanno un legame con la strage del padule di Fucecchio perpetrata dai nazisti il 23 agosto 1944. Prima di tutto una parola sulla casa editrice, che nasce da una passione per la lettura e la pubblicazione di libri coltivata a livello familiare e che valorizza gli scrittori toscani, specialmente quelli della Versilia. In particolare, molte volte i libri pubblicati da Del Bucchia lasciano spazio alla memoria intesa con la M maiuscola, perché indica il ricordo della guerra come fu vissuta sulla linea gotica, con le sue storie di partigiani e con le sue stragi; ricordo che non entra nei libri di storia e che rischia di sgretolarsi con il passare delle generazioni.

Il giallo di Bruno Ialuna non vuole essere anche un libro di storia, nel senso che non pretende di analizzare i fatti, né di riportarli nel loro ordine cronologico. Quello che intende fare attraverso la connessione fra la strage e gli omicidi di prostitute che si susseguono nel padule è fissare l’impronta emotiva delle ferite lasciate dalla guerra così come si raccontano nei bar, nel dialetto espressivo e un po’ infantile dei vecchi che tutt’oggi non sopportano i botti di Capodanno perché troppo simili alle fucilate.

Questa raccolta di memorie è il vero nucleo del romanzo, la vera storia che viene riportata all’interno di una storia-fiction che a volte traballa al confronto. Mi spiego meglio: la naturalezza e anche a volte la storpiatura grammaticale dei discorsi dei vecchi, che trovano voce all’interno del romanzo, aprono come delle finestre in cui non sembra nemmeno di leggere, ma di sentire la connessione tra le emozioni e le immagini: segno che lì la più alta poesia è avvenuta e lo strumento della lingua serve la sua più alta funzione comunicativa, giungendo a un livello di espressione tale da annullare la sua  stessa estetica.

DSCN5173Invece, nelle altre parti del romanzo, quelle dedicate alla fiction, è come se gli ingranaggi del romanzo scricchiolassero un po’ e si lasciassero intravedere. La lettura è senz’altro piacevole, tranne forse qualche passaggio poco chiaro, dovuto alla suddivisione in ‘scene’ più che in capitoli, secondo la moda che purtroppo frammenta il romanzo moderno. Voglio dire che, invece di portare a compimento un capitolo accompagnandone lo scioglimento, oppure dedicando tempo e pagine alla costruzione di una climax, spesso il racconto cambia scena e voce narrante, risultando, più che ellittico, un po’ confusionario.

Una scelta narrativa interessante è quella di inserire i pensieri dell’assassino, che si inframezzano come una specie di flusso al racconto dedicato alle indagini. Tuttavia, a parte dare qualche informazione che aumenta la suspense, lo scavo psicologico si ferma alla volontà di condannare un comportamento morboso (con qualche particolare disturbante forse un po’ gratuito), senza dipingere ulteriori chiaroscuri. Una scelta che invece interferisce con la lettura scorrevole è quella di aver inserito un secondo personaggio chiamato Morini: l’ispettore Morini, che, circa a metà della storia, si aggiunge al protagonista, il commissario Morini, senza che però l’approfondimento caratteriale o psicologico lo renda qualcosa di più di un omonimo e gli impedisca di creare fraintendimenti.

La profondità del racconto risente un po’ del suo genere letterario, che talvolta prevale, come motivazione alla scrittura, sulle sue tematiche, lasciando scoperti qualche cliché sul ruolo-tipo del commissario (calcato, forse per attrazione, su un personaggio già occupato da Camilleri). I dialoghi sono il punto di forza dello sviluppo narrativo, che pure si serve spesso di lunghi e piacevoli pezzi riflessivi o descrittivi; ma mentre in questi ultimi la cadenza toscana può nuocere allo sviluppo della frase, creando ritmi non favorevoli alla comprensione (qualche volta sono dovuta tornare indietro e avrebbe giovato, forse, un’inversione o una virgola), essa ha piena cittadinanza nei discorsi diretti, dove costituisce un valore aggiunto.

In ultimo, mi sono chiesta: chi è il collezionista di ricordi? Il commissario, che risale alla chiave per risolvere il mistero raccogliendo testimonianze sulla strage del 1944? L’assassino, che ciclicamente è vittima della sua memoria? Oppure l’autore, che ha prodotto una collezione di ricordi in una cornice di romanzo? Oppure, ancora, potremmo essere noi che leggiamo, invitati così a collezionare i ricordi importanti del luogo in cui viviamo, qualunque esso sia?